Tempesta su Saturno

30 aprile 2008 - 01:28 | In Astrofisica | Commenti disabilitati

Una potente tempesta continua ad infuriare su Saturno con fulmini 10.000 volte più potenti di quelli che si sviluppano sulla Terra.

La sonda Cassini-Huygens ne sta seguendo gli sviluppi da circa cinque mesi.

La tempesta, che ha un diametro di parecchie migliaia di Km, si trova nell’emisfero meridionale di Saturno, in una regione che i ricercatori hanno chiamato “Storm Valley”, essendosi verificati altri temporali in passato.

La Cassini registra le onde elettromagnetiche emesse dalla tempesta ogni volta che viene a trovarsi sopra di essa, quindi ogni 10 ore e 40 minuti, registrando l’emissione di radioimpulsi della durata di circa un decimo di secondo ad intervalli regolari.

Per lo studio di questo fenomeno, prezioso è stato anche il contributo di molti astrofili (astronomi dilettanti) sparsi in tutto il mondo, che ne hanno monitorato costantemente l’attività, al contrario di quanto possa fare invece la sonda Cassini.

La lunga durata di questa tempesta potrà aiutare a comprendere il processo che alimenta i fulmini su Saturno. Per questo motivo i ricercatori tengono costantemente d’occhio la Storm Valley, come anche il prossimo cambio di stagione, che porterà l’autunno nell’emisfero meridionale del pianeta.

L’immagine è stata ripresa dalla sonda Cassini, il 4 marzo scorso, ad una distanza di 1,2 milioni di km.

Vito Lecci

Cinque candeline per GALEX

29 aprile 2008 - 02:57 | In Astrofisica, Astronautica | 2 Commenti

Lanciato il 28 aprile 2003 il GALEX (Galaxy Evolution Explorer) ora viaggia su un orbita circolare a 697 Km di altezza. Completa un giro intorno alla Terra in 94 minuti, percorrendo circa 680.000 km al giorno.

La sua missione è quella di studiare con quale velocità si formano le stelle all’interno delle galassie ed a quale velocità queste ultime si allontanano da noi.

In questi primi cinque anni di vita GALEX ha fotografato centinaia di milioni di galassie in luce ultravioletta.

Quella in questa immagine è la galassia M106 (o NGC 4258), nella costellazione Canes Venatici. La tonalità blu è composta principalmente da giovani stelle massicce. Le tracce oro invece rivelano la presenza di stelle più anziane e di polvere interstellare.

Oltre a questa, in questi anni GALEX ha fotografato circa mezzo miliardo di galassie in 27.000 gradi quadrati di cielo, equivalenti a circa 138.000 lune piene.

Ci si rende conto di quanto la mole di dati raccolti sia davvero enorme, al punto che i ricercatori avranno di che lavorare per diversi anni.

Vito Lecci

Galassie in collisione

28 aprile 2008 - 03:34 | In Astrofisica | 2 Commenti

In occasione del 18mo compleanno dell’Hubble Space Telescope, dell’ESA/NASA, viene rilasciata una enorme collezione di 59 immagini di galassie in collisione.

Quello della fusione di galassie tra loro si ritiene sia un processo estremamente importante nell’evoluzione del cosmo, ed era molto più frequente nell’Universo primordiale di quanto non lo sia oggi. La fusione tra due galassie infatti favorirebbe la formazione di quasar e la nascita di nuove stelle.

La nostra stessa Via Lattea sta per assorbire le Nubi di Magellano, due piccole galassie che, fino a non molto tempo fa, si pensava fossero satelliti della nostra.

A sua volta, la Via Lattea, è attualmente in rotta di collisione con l’enorme Galassia di Andromeda, visibile ad occhio nudo nell’omonima costellazione. Essa dista ben 2,36 milioni di anni luce da noi, ma si sta avvicinando alla velocità di 140 Km al secondo. La collisione è prevista quindi fra circa 5 miliardi di anni.

Il risultato di questa fusione sarà una supergalassia a cui gli astronomi hanno già affibiato il nome di “Milkomeda” (dalla fusione dei nomi Milky Way e Andromeda).

Vito Lecci

P.S.: Ne approfitto per mettere a vostra disposizione un “collage” delle 59 immagini di galassie in collisione riprese dal telescopio spaziale Hubble.
Potete scaricarle alla pagina riservata agli iscritti.
Per chi non fosse già iscritto può farlo, gratuitamente, QUI.

Tappa importante per la flotta Galileo

27 aprile 2008 - 04:26 | In Astronautica | Commenti disabilitati

Quanti di voi utilizzano il GPS nella vita quotidiana?

Sono sempre più numerosi coloro che ne hanno installato uno nella propria auto, il famoso navigatore satellitare che, con voce ammaliante, ci indica la via da seguire (prosegui per tot metri e poi… gira a sinistra… svolta a destra… ecc… ).

Spesso è utilizzato anche dai pescatori della domenica che, armati di canne e lenze, si avviano con la loro barchetta sul punto esatto dell’appuntamento con le proprie prede acquatiche.

Io per esempio lo utilizzo per ricavare le coordinate esatte dei luoghi in cui andrò a realizzare una meridiana o un quadrante solare.

Tuttavia il sistema GPS viene utilizzato anche per scopi più nobili, come ad esempio quello di rendere più sicura la navigazione, sia marittima che aerea. Acronimo di Global Positioning System è gestito dal Dipartimento della Difesa statunitense ed è composto da una flotta di 24 satelliti attivi.

Le autorità militari potrebbero però decidere unilateralmente di ridurre la precisione del servizio (come già accaduto in passato), oppure limitarlo in alcune regioni, oppure ancora di sospenderlo del tutto.

Anche per questo motivo, il 23 maggio del 2003, da un accordo tra l’Unione Europea e l’ESA, è stato avviato in Europa il programma Galileo, che prevede la messa in orbita, entro il 2013, di 30 satelliti ad un’altezza di 24.000 chilometri.

Al contrario di quello americano, il Sistema di Posizionamento Galileo, rivolto al settore civile-commerciale, sarà sempre disponibile alla massima precisione possibile, sia ai civili che ai militari.

Proprio poche ore fa, alle 00:16 di oggi, è stato lanciato dalla base di Baikonur, in Kazakhstan, il satellite “Giove B”, il secondo della flotta. Il primo satellite dimostrativo, Giove A, è stato lanciato il 28 dicembre 2005.

Ora si entra nel vivo della fase di sperimentazione, i primi due satelliti infatti hanno lo scopo di dimostrare la correttezza delle scelte tecnologiche fatte finora.

Giove B è stato realizzato da un consorzio formato dalla tedesca Astrium, Thales Alenia Space, Telespazio, e Selex Galileo che ha realizzato l’orologio atomico installato a bordo.

Vito Lecci

Forse è Materia Oscura quella rilevata al Gran Sasso

26 aprile 2008 - 01:22 | In Astrofisica | 5 Commenti

Sono decenni che i ricercatori gli starebbero dando la caccia, ma finora senza risultato.

Si tratta della Materia Oscura, termine coniato nel 1930 dall’astronomo Fritz Zwicki, che dovrebbe costituire il 90% della materia presente nell’Universo, ma che non risulta visibile ai nostri occhi né si è mai riusciti a rilevarne la presenza con nessun altro rivelatore.

Il motivo di tanta difficoltà a rilevare le WIMPS (weakly interacting massive particle) sta proprio nella loro massa infinitesima, che renderebbe estremamente difficoltosa l’interazione con altra materia.

E’ per questo motivo che l’annuncio della ricercatrice Rita Bernabei, dell’Università di Roma “Tor Vergata”, ha gettato non poco scompiglio nel mondo accademico, quando la stessa, in occasione della conferenza annuale dell’American Physical Society (12-15 aprile) a St Louis nel Missouri, ha comunicato che il gruppo di ricercatori che coordina avrebbe scoperto per la prima volta al mondo la Materia Oscura.

La scoperta sarebbe avvenuta nei laboratori sotterranei del Gran Sasso, utilizzando il rivelatore DAMA (DArk MAtter), oggi rinominato LIBRA (Large sodium Iodide Bulk for RAre processes), che utilizzerebbe una gran quantità di Ioduro di sodio che avrebbe la caratteristica di emettere un fotone qualora fosse colpito nel nucleo da una WIMP, rivelandone quindi, indirettamente, la sua presenza.

La notizia è stata ampiamente ripresa da note e blasonate riviste scientifiche, ed ha creato una spaccatura tra i sostenitori e gli scettici riguardo la scoperta. Ovviamente adesso occorre fornire ulteriori prove e magari delle repliche dell’esperimento, prima che la scoperta possa essere accettata nel mondo accademico.

Vito Lecci

Gli alieni esistono, parola di Stephen Hawking

25 aprile 2008 - 03:11 | In Varie | 4 Commenti

L’astrofisico inglese di fama mondiale, intervenuto alla George Washington University, in occasione della celebrazione del 50° anniversario della NASA, sostiene che nell’Universo vi siano molte di forme di vita, anche se non necessariamente si tratta di vita intelligente.

Inoltre lo scienziato fornisce tre possibili spiegazioni del perché non siamo ancora entrati in contatto con queste forme di vita:

1) qualunque forma di vita è raramente presente in tutto l’Universo;

2) organismi rudimentali sono abbastanza comuni nello spazio, ma le forme di vita intelligenti sono al contrario molto rare;

3) gli esseri viventi, quando dotati di intelligenza, tendono ad autodistruggersi molto velocemente.

Lo stesso Hawking tuttavia propenderebbe per la seconda ipotesi, cioè che la vita intelligente sia un fenomeno molto raro. Raro a tal punto che secondo alcuni dovrebbe manifestarsi ancora sulla Terra, ha bonariamente scherzato il professore.

In ogni caso ci mette in guardia qualora dovessimo incontrarne uno, potremmo contrarre qualche virus di cui non disponiamo degli adeguati anticorpi, ricordandoci quanto accadde per i nativi americani allorché entrarono in contatto con i conquistatori del Vecchio Mondo.

Ma il messaggio finale, che quasi suona come un augurio, è un invito di dedicarsi alla conquista dello spazio ed alla colonizzazione di nuovi pianeti. Questo potrebbe infatti un giorno segnare radicalmente il futuro del genere umano, da cui potrebbe addirittura dipendere la stessa sopravvivenza.

Infine ammonisce che coloro che si oppongono a finanziare la colonizzazione dei corpi celesti, si comportano alla stessa maniera di coloro che intralciarono Cristoforo Colombo.

Vito Lecci

Strane cose accadono sulla Luna…

24 aprile 2008 - 01:13 | In Astrofisica, Astronomia | Commenti disabilitati

Quando pensiamo alla Luna, alla sua superficie, la nostra mente immagina un ambiente grigio, solitario, silenzioso, monotono. Un ambiente dove non accade mai nulla, dove niente si muove, neanche il più piccolo granello di polvere.

Ma forse dovremo imparare a correggere questa convinzione. Pare infatti che una volta al mese, quando la Luna si immerge nella coda del campo magnetico terrestre, ciò possa dar luogo a tempeste di polvere e scariche elettrostatiche.

In effetti il campo magnetico terrestre si estende in una lunga coda, nella direzione opposta a quella del Sole. Questa sua estensione si spinge ben oltre l’orbita del nostro satellite. La Luna quindi, attraversandola, ne rimane immersa per circa sei giorni ogni mese, intorno alla sua fase di Plenilunio.

In questa particolare circostanza il plasma contenuto nella coda magnetica, soprattutto gli elettroni, vanno ad investire la superficie della Luna conferendole una carica elettrostatica negativa. Tale carica tende ad essere controbilanciata dalla luce ultravioletta proveniente dal Sole, nel lato illuminato, ma non in quello buio. Si creerebbe quindi, tra i due lati della Luna, una differenza di potenziale anche di 200-1000 Volts, come è stato evidenziato dalla sonda NASA Lunar Prospector, in orbita lunare nel biennio 1998-99.

Di questo fenomeno bisognerà tenerne ben conto in previsione dei futuri insediamenti umani permanenti sulla Luna.

Al momento non si dispone di nessuna esperienza diretta di questo fenomeno, sebbene si siano susseguite diverse missioni umane sulla Luna. Nessuno degli sbarchi Apollo infatti è avvenuto quando la Luna era in fase di Plenilunio, e quindi immersa nella coda del campo magnetico terrestre.

Vito Lecci

Chiaro di Terra sulla Luna

23 aprile 2008 - 01:57 | In Astronautica, Astronomia | 6 Commenti

La Terra sorge dalla LunaVe la ricordate questa bellissima immagine?

La si trova un pò dappertutto, anche sui libri di scuola. Si tratta della Terra vista sorgere dalla Luna.

La foto è stata scattata nel 1969 in occasione della missione Apollo 11, dal Command and Service Modules (CSM) “Columbia” in orbita lunare con a bordo l’astronauta Michael Collins, mentre Neil Armstrong e Edwin Aldrin scendevano, col Lunar Excursion Module (LEM) “Eagle”, nel Mare della Tranquillità.

Oggi, dopo quasi trent’anni da qull’epico evento, l’Agenzia Spaziale Giapponese JAXA (Japan Aerospace Exploration Agency) ci ripropone una variante di quella foto.

Grazie alla sonda giapponese “KAGUYA”, in orbita intorno al nostro satellite, è stato possibile riprendere un filmato del sorgere della Terra dalla Luna.

La differenza rispetto alla foto Apollo è che, in questo caso, la Terra appare “piena”. Ciò è reso possibile dal fatto che, il giorno in cui è stata scattata la foto, la Terra ed i nostri due astri maggiori erano allineati nell’ordine Sole-Luna-Terra.

In questo allineamento noi terrestri assistiamo ad una fase di Novilunio, quindi non riusciamo a vedere la Luna in quanto essa ci rivolge il suo lato buio.

Al contrario, nel medesimo allineamento, un osservatore che si trovi sulla Luna assisterebbe invece ad un “Chiaro di Terra”, in quanto riuscirebbe a vedere il nostro pianeta completamente illuminato.

Eccovi una sequenza del filmato ripreso dalla sonda giapponese.

Vito Lecci

P.S.:
le foto in alta risoluzione (sono tre) possono essere liberamente scaricate dalla pagina riservata agli iscritti.
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Onde sismiche sul Sole

22 aprile 2008 - 03:47 | In Astrofisica, Video | Commenti disabilitati

In stretta correlazione con le eruzioni esplosive sulla superficie del Sole (brillamenti), pare si accompagni un altro curioso fenomeno che porterebbe la superficie della nostra stella ad incresparsi e vibrare, come una gigantesca campana.

Questa recente scoperta è stata possibile grazie ai dati raccolti dalla sonda SOHO (Solar and Heliospheric Observatory) realizzata da una collaborazione NASA/ESA, che si è dimostrata molto preziosa nello studio di questo fenomeno. Ovviamente questa conoscenza può essere utilizzata per nuovi modelli che aiutino a comprendere meglio la natura ed il comportamento anche delle altre stelle.

Ora si cerca di capire come riesca un brillamento ad innescare la vibrazione dell’intera superficie solare. Un fenomeno molto simile a quello che accade anche sulla terra. Ad esempio il sisma del 2004, che colpì Sumatra e Andaman, diede origine ad una serie di onde sismiche che percorsero la superficie terrestre per diverse settimane.

Vi propongo un filmato, ripreso dalla sonda SOHO, della superficie del Sole alla lunghezza d’onda di 19,5 nm.

Vito Lecci



Un telescopio spaziale a caccia di lampi gamma

21 aprile 2008 - 03:58 | In Astronautica, Astronomia | 2 Commenti

Telescopio GLASTSi chiama GLAST (Gamma-ray Large Area Telescope), il nuovo telescopio spaziale che la NASA lancerà in orbita il prossimo 16 maggio.

Lo scopo di GLAST sarà quello di studiare approfonditamente i fenomeni più violenti dell’Universo. Il telescopio concentrerà quindi la sua attenzione sulle emissioni di lampi gamma che vengono prodotti da supernovae, stelle di neutroni, nuclei galattici e buchi neri.

Cuore del telescopio è il LAT (Large Area Telescope), che è in grado di abbracciare un campo di ben 60°, quasi come l’occhio umano. Questo gli permetterà di setacciare ampie regioni di spazio a caccia di fotoni gamma, una volta trovato un lampo gamma potrà quindi allertare gli altri telescopi, in orbita e a terra, che potranno anch’essi concentrarsi sul quel fenomeno.

GLAST sarà destinato quindi a continuare la gloriosa opera del satellite italiano “Beppo SAX”, lanciato dall’ASI il 1996 che ha dato un notevole contributo alla comprensione dei Gamma Ray Burst. Ma farà anche molto di più, cercherà le tracce della materia oscura (quella parte dell’Universo che non si riesce ad osservare, ma che pare debba esistere).

Anche l’Italia ha preso parte a questo progetto contribuendo, attraverso l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), alla progettazione del LAT.

Vito Lecci

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